Mirco Antenucci ha ottenuto la salvezza ai playout, ma guarda già in qualche modo al suo futuro, che sarà non in campo: “Mi piacerebbe – dice a La Nuova Ferrara – rimanere in questo ambiente, nel calcio, ormai ci sono da ventitré anni, e mi piacerebbe farlo ancora qui. Sto aspettando di sapere qualcosa, vedremo le opportunità che si verranno a creare. Ho fatto il corso da direttore sportivo, vediamo…”.
La famiglia resta qui? “Io, Eleonora e le bimbe rimarremo a Ferrara perché qui stiamo bene. Lei ha anche aperto un’attività, quindi vogliamo dare anche a questa continuità. Nella vita mai dire mai ovviamente, ho girato tantissimo, la certezza non si può mai avere ma per ora l’intenzione è di rimanere qui”.
Un’esperienza felice “Dal primo giorno in cui arrivai a firmare, e me lo ricordo ancora bene, era il 20 giugno 2016, in città ho sentito una sensazione di grande benessere, che mi ha fatto pensare: questo è il posto giusto. Sensazioni che poi sono state confermate. Ovviamente i risultati, i gol, sono tutte cose che ti aiutano perché il calcio è fatto di questo, ma il rapporto che ho avuto con la piazza è qualcosa di raro, che difficilmente succede soprattutto nel calcio moderno. Anche io ho cambiato spesso squadra, soprattutto da giovane, ed è difficile creare dei legami. Nei cinque anni passati a Ferrara ho trovato qualcosa di davvero forte e unico”.
Pensavo di avere 16 anni “Lo spogliatoio mi mancherà tanto. Perché quando arrivavo lì, non mi sentivo 41 anni, ma 16-17 per spirito e per quanto mi divertivo. Anche l’attività fisica in sé mi mancherà molto. Mi mancherà meno di sicuro la tensione delle partite perché quella c’è sempre stata, anche fino alla fine. E se ti manca quella non puoi fare questa professione qua. Però sono più gli aspetti belli del calcio quelli di cui sentirò la mancanza rispetto a quelli meno piacevoli”.
Il ritorno? Nessun pentimento “Pentito mai, assolutamente. È stata una scelta forte, condivisa. Quando ho lasciato Bari non è stato semplice, perché mi ero legato tanto anche lì. Onestamente non pensavo che avremmo avuto tutte queste difficoltà, pensavo di poter ripetere di nuovo insieme ai ragazzi e alla città qualcosa di straordinario come avevamo fatto in passato; invece sono stati due anni tribolati per tanti motivi”.
Al ritorno siamo stati bravi “Sì, quest’anno alla fine l’avevo messo in conto, quando hai cinquanta e cinquanta di possibilità lo devi mettere per forza. Una sensazione brutta perché va bene che nel calcio c’è chi vince e chi perde, ma retrocedere a Ferrara avrebbe cambiato totalmente tutto per me. Ho avuto paura, ma al ritorno siamo stati bravi“.
La festa all’ultima di regular season al Mazza “Tutto. Onestamente era l’ultima cosa a cui pensavo, ero totalmente concentrato sulla partita. Feste così le ho viste fare ai grandi campioni, io sono stato un giocatore normale, ho cercato di basare la mia carriera sulla disciplina, sul miglioramento giorno dopo giorno. Essere apprezzato così è stato davvero un bellissimo finale”.
Cosa significa la Spal? “Famiglia. E spero che si torni a vivere quel senso lì. Quel senso di familiarità, di persone per bene, di cui ci si può fidare, di appartenenza. Ecco, per me Spal significa questo”.


